Sala pian terreno: sezione paleontologica

La sezione dedicata alla paleontologia si presenta divisa in due parti: la prima è riservata alla pietra di Prun, al suo utilizzo e alle tecniche d’estrazione; la seconda è destinata ad accogliere i reperti fossili ritrovati al suo interno.

Pietra di Prun
La pietra di Prun, località nei pressi di Negrar, è una pietra sedimentaria formatasi nell’era mesozoica, durante il periodo cretaceo (intorno ai 70-65 milioni di anni fa ). In quest’era geologia il territorio di Sant’Anna e quello limitrofo era sommerso dal mare, per questo la pietra si presenta divisa in strati formatisi dai detriti che si accumulavano sul fondo del mare. Al suo interno si sono trovati fossili di vertebrati e di gasteropodi che abitavano queste acque.

Gli strati della pietra di Prun sono, salvo qualche eccezione, sempre 72 con uno spessore che varia dai 3 ai 35 cm, al massimo ve ne possiamo trovare uno in eccesso o in difetto. I cavatori hanno dato un nome dialettale ad ogni strato che si rifà alle caratteristiche di colore, posizione e facilità d’estrazione dello strato stesso; ad esempio: “Zéntil” in base alla facilità nell’estrazione; “Biancon”, “Lastra grigia”, “Loa rossa” per la pigmentazione; “Meseta de banco”, “Pelosa de fondo”, “Corso ultimo” per la loro posizione, ecc. Ogni strato ha un utilizzo specifico nell’edilizia: vi sono due strati (53esimo e 54esimo) utilizzati per la costruzione dei tetti delle abitazioni; altri due strati (42esimo e 43esimo) impiegati per la costruzione di lavabo, uno strato (27esimo) per la pavimentazione dei cortili esterni, ecc.

Ogni strato è separato dall’altro da uno più sottile di argilla, la cui presenza è fondamentale durante l’estrazione. L’estrazione della pietra di Prun comincia già nel XVIII secolo attraverso il metodo delle gallerie esterne: non essendoci mezzi meccanici per asportare il cappellaccio, lo strato che separa la pietra dall’humus in superficie formato da detriti non compattati, si cercava una parete di roccia che affiorasse naturalmente. Si rompeva dall’esterno e si scavava verso l’interno andando a creare delle lunghe gallerie: in questo modo rimaneva la parte soprastante della montagna ma per sostenerla rimaneva in loco anche parte della pietra che andava a formare delle grandi e massicce colonne. Tale tecnica, ancora visibile nelle cave di Prun, venne utilizzata fino alla seconda Guerra Mondiale quando si passò al metodo delle cave a cielo aperto, ancora oggi in uso. Con tale metodo l’estrazione non procede dall’esterno verso l’interno ma dall’alto verso il basso, andando così a togliere la parte boschiva o prativa che copre la pietra. Si facilita così l’estrazione della pietra: il taglio è solo in verticale e si effettua con un disco diamantato.

Reperti fossili
La selce si è formata per il deposito di gusci di gasteropodi che sono composti essenzialmente da silicio. Nelle zone di costa, dove si avevano avvallamenti particolari, si sono accumulati tutti i gusci e si sono fossilizzati. Il processo che interessa i nostri fossili è un processo di sostituzione: quando un animale o un mollusco morivano si depositavano sul fondo marino; affinché avvenisse la fossilizzazione era necessario che i detriti, le melme e i fanghi coprissero immediatamente il corpo dell’animale. A questo punto il carbonato di calcio, contenuto nei detriti (in particolare nella pietra di Prun), andava a legarsi al guscio del mollusco.
Da questa fossilizzazione si ottiene la selce. I reperti fossili esposti sono:

  • Ammoniti: le ammoniti fanno parte della famiglia dei cefalopodi .Il nome ammonite deriva dalla divinità egizia Ammon, la quale veniva rappresentata con delle corna d’ariete molto somiglianti alla forma a spirale del guscio del fossile. Tale guscio è composto da una serie di cellette ben distinguibili; si può capire l’età dell’ammonite osservando il suo guscio: maggiore è il numero di celle, maggiore era l’età dell’animale quando è morto.
    Le ammoniti erano presenti nei nostri mari a partire da 400 milioni di anni fa; intorno a 65 milioni di anni fa le acque si ritirarono in conseguenza a movimenti della crosta e in questo periodo le ammoniti scomparirono dai mari. Ci sono due ipotesi circa la loro scomparsa: la caduta di un asteroide che modificò profondamente le condizioni ambientali portando la specie all’estinzione o un aumento improvviso di predatori. Quest’ultima ipotesi deriva dal fatto che gli ultimi esemplari di ammonite presentano un guscio con delle parti estremamente appuntite: si pensa appunto ad una specie di ultima arma di difesa.
    Questi animali vivevano in zone costiere dove le acque non erano molto profonde. Per spostarsi facevano entrare dell’acqua nel guscio, la quale le faceva diventare più pesanti in modo tale da finire sul fondo del mare. Per salire facevano uscir l’acqua dal guscio e vi facevano entrare ossigeno. Le loro dimensioni sono molto varie, il loro diametro variava da 1 cm a 3 m.

  • Ricci di mare: fanno parte della famiglia degli echinodermi. Sono presenti a partire da 570 milioni di anni fa e si trovano tuttora nei mari. Ne esistono di diverse specie, ma la loro caratteristica comune è quella di avere il corpo diviso in cinque parti.
  • Rudiste: molluschi bivalvi che vivevano in colonie ancorate al fondo del mare, il cui guscio si è fossilizzato; il loro nome deriva dal latino rudis che significa ruvido. Le rudiste si sono estinte intorno a 65 milioni di anni fa, per lo stesso motivo delle ammoniti. La conchiglia della rudista poteva avere uno spessore anche di 10 cm, mentre l’altezza andava dai 2 cm fino ai 2 m.
  • Tartaruga marina: questa è di dimensioni molto ridotte ma sono ben conservate e visibili sia la divisione centrale della colonna vertebrale che le ossa ai lati. Si sono ritrovati anche due gusci di tartaruga e una lastra su cui è impressa una impronta.

  • Mosasauro: è stato riportato alla luce il cranio del rettile, la cresta sul dorso e le ossa del torace; si possono osservare molto bene i denti appuntiti dell’animale e lo scheletro fossilizzato di un secondo mosasauro di dimensioni minori.

  • Pesce sega: in esposizione troviamo la sega del pesce, chiamata anche rostro, e alcuni denti lucidi perché ricoperti da smalto. I dischetti che si osservano sono le vertebre del pesce: queste sono di difficile fossilizzazione perché sono formate da materiale cartilagineo. La loro posizione sparpagliata è dovuta al fatto che benché l’animale fosse coperto dai sedimenti l’acqua riusciva comunque a spostare le ossa.

  • Squalo: attualmente questo è il più grande squalo fossilizzato trovato in Europa. E’ lungo 5.5 m ed è stato trovato agli inizi degli anni ’70 sul monte Loffa. Il fossile mostra molti denti smaltati e 155 le vertebre (diametro di circa 10cm) ordinate solo nella parte finale. Vi sono anche dei denti di ptychodus, squalo di discrete dimensioni, una specie conosciuta a partire dal Cretaceo superiore. L’esemplare esposto presenta qualche centinaio di denti: è un fossile di straordinaria rarità. La dentatura è costituita da file parallele che formano un pavimento molto largo. I denti hanno una radice molto massiccia ed una corona assai lunga con un’area mediana ricca di piccole creste che hanno la funzione di triturare il cibo. La disposizione e la forma dei denti testimoniano come gli ptychodus si nutrissero di molluschi di cui frantumavano i gusci per estrarne il corpo.

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